Saggi
N. 1004

I cantini di liuto: un aggiornamento

Sintesi Breve nota di aggiornamento in cui Mimmo Peruffo torna sul cantino di liuto, la corda che lavora nelle condizioni più critiche fra tutti gli strumenti coevi a causa del brusco cambio di direzione imposto dal capotasto, della regola cinquecentesca che vuole il cantino teso al più acuto...

Sintesi

Breve nota di aggiornamento in cui Mimmo Peruffo torna sul cantino di liuto, la corda che lavora nelle condizioni più critiche fra tutti gli strumenti coevi a causa del brusco cambio di direzione imposto dal capotasto, della regola cinquecentesca che vuole il cantino teso al più acuto possibile e del diametro minimo tecnicamente raggiungibile. Ripercorre le fonti storiche — Kircher, gli statuti dei cordai di Roma del 1642, Dowland e Baron — su provenienza, materia prima e caratteristiche meccaniche dei cantini migliori, e presenta i risultati di una nuova generazione di cantini rettificati con indice di rottura di 310–320 Hz · m contro i tradizionali 240–260 Hz · m, che garantiscono maggiore durata, minor cedimento in accordatura e minore tendenza allo spellamento.

Punti chiave

  • Il cantino di liuto lavora in condizioni più critiche di qualunque altra prima corda coeva per via del cambio di direzione al capotasto, del margine ridotto dalla rottura e del diametro minimo raggiungibile.
  • Le fonti storiche (Kircher 1650, statuti dei cordai di Roma 1642, Dowland 1610, Baron 1727) indicano cantini romani o di Monaco, ricavati da un solo budello di agnello o castrato, rigidi e con una durata fino a quattro settimane.
  • Una nuova generazione di cantini rettificati raggiunge un indice di rottura di 310–320 Hz · m contro i tradizionali 240–260 Hz · m.
  • Il maggior carico di rottura si traduce in minor cedimento longitudinale in accordatura e in maggiore resistenza allo spellamento.
  • Prove pratiche su un liuto medievale e su un liuto a 11 ordini in re minore mostrano durate di 1,5–2 mesi, contro le poche ore o i pochi giorni delle corde moderne standard.

I cantini di liuto: un aggiornamento

Il cantino di un Liuto può considerarsi, per tutta una serie di ragioni, la corda che in assoluto si trova a lavorare nelle condizioni più critiche rispetto ai cantini di tutti gli altri strumenti coevi, siano essi a pizzico o ad arco. Il liuto, nella sua versione più comune con la paletta rivoltata ad angolo retto, impone infatti alle corde un brusco ed innaturale cambiamento di direzione. A questa caratteristica va ad assommarsi la tipica ‘regola’ del Cinquecento e di parte del Seicento, regola che vuole che la prima corda debba lavorare al più acuto consentito, nei pressi della rottura. A complicare ulteriormente questo quadro — già di per sé assai critico — va aggiunto che le corde di cui si sta parlando presentano di per sé il limite inferiore di diametri tecnicamente raggiungibili dai cordai di oggi e di allora. Questa estrema sottigliezza le rende pertanto particolarmente sensibili non solo al rischio di falsità ma anche all’effetto ‘taglio’, condizione che si manifesta di sovente nei solchi troppo taglienti del capotasto e talvolta anche al ponticello.

Il budello infatti, pur presentando una notevole resistenza alla trazione, risulta estremamente tenero al taglio e facile a deformarsi in seguito a schiacciamento: da qui le accurate istruzioni di Mace (Musick’s Monument, London 1676) su come levigare il capotasto e realizzare i solchi per le corde, istruzioni precedute dal suggerimento di Dowland di disporre della grafite lubrificante nei solchi stessi così da impedire fenomeni di inceppamento delle corde. Tutto questo fa sì che un cantino di budello del dolce strumento debba possedere caratteristiche meccaniche assolutamente fuori dal consueto, conseguite mediante una specifica tecnologia manifatturiera, ben distinta da quella di tutte le altre corde.

Sorge spontanea la domanda: cosa ci è stato tramandato dalla documentazione storica? È possibile ricavarne delle informazioni utili per la nostra tecnologia cordaia?

Le fonti ci tramandano innanzitutto che i cantini migliori provenivano da Roma o da Monaco, la cui materia prima era costituita da budello di agnello o di castrato. Gli spagnoli del XVI secolo preferirono invece il budello di montone. Secondo Athanasius Kircher (Musurgia Universalis, Roma 1650) i cantini romani erano fatti partendo da un solo budello di agnello o di castrato. Budello intero, come ci viene confermato dagli statuti dei cordai di Roma del 1642, i quali sembrano proibire espressamente il taglio in strisce. L’interpretazione è tuttavia ancora dubbia, visto che negli statuti si parla soltanto del divieto ‘di spaccar le mazze per mezzo’ e del divieto di fendere un singolo budello in strisce. Una corda fatta da un singolo budello intero presenta un aspetto specifico, verificato anche sperimentalmente, legato a questioni biologiche: quella di essere leggermente conica; una corda così realizzata presenta anche una superficie piuttosto irregolare e frastagliata. Già nel primo Cinquecento il Capirola ci avverte del fatto della conicità, caratteristica che sembrerebbe assente se i cantini provengono invece da Monaco. Se i cantini di Monaco non furono conici, ciò sta probabilmente a significare che erano costituiti da sottili strisce di budello accoppiate assieme, non da un singolo budello intero. Un intervento manuale di levigatura, atto a risolvere il problema della conicità, risulta impraticabile non solo per la notevole quantità di materiale da asportare con precisione estrema ed in assenza di strumenti di controllo quali il micrometro, ma anche perché una corda così pesantemente levigata — sempre ammesso che non sia poi falsa — si spellerebbe o romperebbe immediatamente non appena messa in trazione.

Ulteriori preziose informazioni ci provengono da Dowland, il quale, per inciso, è il solo che ci descrive le caratteristiche meccaniche che doveva possedere un buon cantino (Varietie of Lute Lessons, London 1610): esso deve essere — ad un estremo — pungente al pollice e spezzarsi di netto, qualora tranciato con i denti, senza lasciare sfilacciature. I migliori cantini dunque erano estremamente rigidi, caratteristica questa indispensabile — a parità di materiale — per poter ottenere un elevato carico di rottura. Nel XVIII secolo Baron scrisse che vi sono cantini romani che durano anche fino a quattro settimane: difficile dunque ritenere che furono eccezionalmente levigati. Questo è quanto sappiamo: i cantini per liuto dovevano possedere dunque non soltanto un elevato carico di rottura ma soprattutto un’elevata resistenza all’abrasione e allo sfilacciamento. Baron ci descrive 1 mese di vita di un cantino come una situazione sì rara ma accaduta; 2 settimane di vita media dovevano probabilmente essere una condizione media. Per contro i cantini di budello di produzione moderna durano a malapena poche ore o al massimo qualche giorno prima di sfilacciarsi.

Si è ritenuto che la causa principale sia da imputare alla consuetudine di rettificare sino al liscio le corde, determinando pertanto una rottura eccessiva delle fibre di superficie. Questo è vero ma non basta.

Le indicazioni di Dowland hanno pertanto suggerito un nuovo indirizzo tecnologico, il quale ha permesso la realizzazione di cantini per liuto che, nonostante siano stati rettificati al liscio mediante la rettifica moderna, possiedono un indice di rottura di 310-320 Hz · m rispetto ai tradizionali 240-260 Hz · m. In pratica un cantino di questa ultima generazione, teso in un liuto rinascimentale di 63 cm di lunghezza vibrante (al corista = a-440 Hz), si spacca di netto al ‘si’ naturale, talvolta ‘do’: un intervallo di terza, quarta più acuta rispetto al sol. Le corde si presentano piuttosto rigide e pungenti al tatto ed effettivamente si tranciano di netto con i denti. In virtù della loro maggior durezza superficiale vi è una minore tendenza allo schiacciamento (si inceppano con minor facilità al capotasto) e all’effetto taglio. Grazie all’elevato carico di rottura questi cantini lavorano dunque in condizioni di stress più limitate, condizione che si manifesta soprattutto in un minor cedimento longitudinale in fase di accordatura: in pratica si fanno meno giri al pirolo per raggiungere l’intonazione richiesta. Un minore allungamento alla trazione determina una maggior resistenza allo spellamento, che è il principale problema delle corde di oggi, imputabile sia all’azione delle dita del musicista, del sudore e dello stress imposto dalla trazione. Qualora suonati con la penna (liuto medioevale), corde di diametro di .44 mm non verniciate hanno durato 1,5 mesi, manifestando nessun spellamento ma solamente i segni lasciati dall’azione del plettro. Un cantino .38 mm non verniciato, montato in un liuto 11 ordini in re minore e suonato regolarmente (in estate), ha manifestato una durata di due mesi. La durata media del budello dipende, lo si sa, da numerosi fattori: quanto e come si suona, il tipo di sudore, se è estate o inverno etc., ma una durata non inferiore a 20-30 giorni sembra essere la caratteristica più riproducibile, verificata in casistiche diverse, comprese quelle inerenti il concerto pubblico. Un altro documentato aspetto è la stabilità di accordatura: un accurato studio ha evidenziato infatti che questo parametro è influenzato soprattutto da come le corde sono state poste in trazione ad essiccare sul telaio. Dunque, suggerire due cose:

1) forse è il momento di ridiscutere le nostre attuali opinioni in merito alle proprietà meccaniche dei cantini di liuto del tempo: i prodotti chimici da noi usati sul budello si rifanno infatti esclusivamente a quelli notoriamente in uso anche dai cordai della metà del XVII secolo (vedere P. Skippon: “A journey thro’ part of the Low-Countries, Germany, Italy and France”, A. & J. Churchill, A collection of voyages and travels, London, 1732, pp. 532-533; cited by Ian Woodfield in the Lute Society Bulletin).

La seconda è che forse è arrivato finalmente il momento di poter utilizzare davvero il budello. Facendo i debiti conti un cantino costa sicuramente meno di un bicchiere di birra e dura inoltre molto di più.

Mimmo Peruffo

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